Concluso il festival di Sanremo, non le polemiche legate ad
esso che, come sempre si protrarranno per tutta la una settimana, andando
scemando fino a spegnersi.
E fra due settimane i giornalisti polemici diranno:
“Celentano? È un po’ che non si fa vedere”.
Prima di raccontarvi come ho visto questo Sanremo, vorrei
soffermarmi sul fatto che ogni Sanremo, è tristemente uguale all’altro. In
particolar modo quest’anno, dove addirittura nella prima serata, ad eccezione
di Papaleo, figuravano gli stessi conduttori. Stesse mummie ancorate sulla
prima fila dell’Ariston, stessi cantanti a eseguire ogni anno le stesse
melodie, sugli stessi argomenti, portano un po’ di vitalità quelli che non ti
aspetti al festival: Vecchioni l’anno scorso e Finardi quest’anno. Con la bella
sorpresa di Emma. Ma in generale non se ne può più: le vittorie di canzoni così
poco “sanremesi” come “Chiamami ancora amore” di Veccchioni l’anno corso e “Non
è l’inferno” di Emma quest’anno lo testimoniano. Il pubblico, evidentemente, è
stufo di “sole, cuore e amore”.
Anche a Sanremo, a mio avviso, c’è bisogno di cambiamento. La
grande musica italiana degli anni ’60, ’70, e ‘80 non è quasi mai passata da
Sanremo, i grandi cantautori, con rare eccezioni, non hanno mai preso in
considerazione il festival, che nasce da una cultura molto“borghese”, che non
piaceva ai grandi della nostra musica. A Sanremo è sempre arrivata la parte
aristocratica della musica italiana, come i bei fiori che in quegli anni
adornavano l’Ariston. I “fiori di campo” che fecero grande la musica italiana
del mondo ne sono sempre stati fuori. Ecco, per quanto sia difficile per colpa
del clamoroso impoverimento della musica italiana, sarebbe un Sanremo migliore
se si chiamassero più “fiori di campo” a cantare.
Per passare a raccontare questo Sanremo do un’occhiata agli
appunti che ho preso in queste cinque serate, il primo è: le presentazioni agli
artisti sono “gonfiate” più delle labbra della Bertè. In effetti, Morandi &
C. presentano tutti gli artisti con parole altisonanti per usare un eufemismo,
poi -in generale- parte una musica di rock duro, entra il cantante e… comincia a
cantare la sua “nenia”. Naturalmente sto parlando in generale, le eccezioni,
che confermano la regola, ci sono state anche quest’anno, ma sono state davvero
poche.
A parere mio la canzone migliore di questo festival, l’unica
che è riuscita a esprimere un concetto in poesia, è quella scritta da Roberta
Di Lorenzo per Eugenio Finardi, “E tu lo chiami Dio”, a lei va il premio Macaia
De Ma, vista la clamorosa esclusione dalle prime sei e da tutti i premi. La
poesia è forse l’unica cosa che è mancata a Emma Marrone, la vincitrice, che
comunque, dalla banalissima canzone che aveva portato l’anno scorso, ha fatto
un salto di qualità non indifferente. Da
segnalare la voce di Nina Zilli, notevole anche su una musica scontata, i
Marlene Kuntz, che hanno pagato la loro musica, così lontana dallo stereotipo
sanremese e Samuele Bersani, che pur non cantando una gran canzone, figura fra
i migliori di questo sventurato festival. Il resto è pochissima cosa: dalle
nenie di Arisa e Noemi, comunque finaliste, agli urli della Fornaciari ai
gorgheggi di Renga, fino alla infima qualità musicale raggiunta dal tremendo
duo Bertè\D’Alessio. Fra i giovani vince l’impaurito e tedioso Alessandro
Casillo, bel passo indietro, dopo il bravissimo Raphael Gualazzi, vincitore
dello scorso anno.
Quello che è certo è che è stato un Sanremo molto
“provinciale”, non so sia un bene o un male, ma è così, a cominciare dagli
ospiti, non certo di grandezza mondiale, come Alessandro Siani, comunque
simpatico, Sabrina Ferilli e la bravissima Geppi Cucciari. Gli unici due ospiti
di scala per lo meno europea sono Adriano Celentano, di cui parlerò dopo e
Federica Pellegrini.
Fa eccezione la terza serata, quella di Giovedì, dove Patti
Smith e Brian May hanno portato la grandissima musica sul palco dell’Ariston.
Ma i guasti ad ogni cosa e le gaffe di alcuni sono veramente
da trasmissione provinciale, altro che eurovisione.
Capitolo conduttori: non so se siano più grandi le mani di Morandi
o la stupidità di Ivana Mrazova. La bellezza non è tutto. Papaleo porta una
ventata di Sud, che fa sempre bene a ogni cosa.
Ora Celentano, non mi piace unirmi al coro e fomentare le
polemiche: ne parlerò molto brevemente:
ha senz’altro esagerato nella prima puntata, sebbene mi sento
di condividere il 90% delle sue affermazioni e penso che se al mondo ci fossero
meno ipocriti e più gente che dice quello che pensa staremmo tutti meglio.
Detto questo, non è mai bello offendere.
Meglio nell’ultima serata, dove esprime sempre concetti
molto profondi, ma lo fa con la musica, con due splendide canzoni che esortano
al necessario cambiamento. Più giusto così: lui fa il cantante, non il
predicatore. In ogni caso quello che ha animato ed ha portato gli ascolti a
Sanremo 2012 è stato lui.
Forse il concetto più giusto che ha espresso, a mio avviso,
è stato quello del cambiamento, necessario in tutto, Sanremo incluso.