giovedì 23 febbraio 2012

Sanremo come lo vedo io.



Concluso il festival di Sanremo, non le polemiche legate ad esso che, come sempre si protrarranno per tutta la una settimana, andando scemando fino a spegnersi.
E fra due settimane i giornalisti polemici diranno: “Celentano? È un po’ che non si fa vedere”.
Prima di raccontarvi come ho visto questo Sanremo, vorrei soffermarmi sul fatto che ogni Sanremo, è tristemente uguale all’altro. In particolar modo quest’anno, dove addirittura nella prima serata, ad eccezione di Papaleo, figuravano gli stessi conduttori. Stesse mummie ancorate sulla prima fila dell’Ariston, stessi cantanti a eseguire ogni anno le stesse melodie, sugli stessi argomenti, portano un po’ di vitalità quelli che non ti aspetti al festival: Vecchioni l’anno scorso e Finardi quest’anno. Con la bella sorpresa di Emma. Ma in generale non se ne può più: le vittorie di canzoni così poco “sanremesi” come “Chiamami ancora amore” di Veccchioni l’anno corso e “Non è l’inferno” di Emma quest’anno lo testimoniano. Il pubblico, evidentemente, è stufo di “sole, cuore e amore”.
Anche a Sanremo, a mio avviso, c’è bisogno di cambiamento. La grande musica italiana degli anni ’60, ’70, e ‘80 non è quasi mai passata da Sanremo, i grandi cantautori, con rare eccezioni, non hanno mai preso in considerazione il festival, che nasce da una cultura molto“borghese”, che non piaceva ai grandi della nostra musica. A Sanremo è sempre arrivata la parte aristocratica della musica italiana, come i bei fiori che in quegli anni adornavano l’Ariston. I “fiori di campo” che fecero grande la musica italiana del mondo ne sono sempre stati fuori. Ecco, per quanto sia difficile per colpa del clamoroso impoverimento della musica italiana, sarebbe un Sanremo migliore se si chiamassero più “fiori di campo” a cantare.
Per passare a raccontare questo Sanremo do un’occhiata agli appunti che ho preso in queste cinque serate, il primo è: le presentazioni agli artisti sono “gonfiate” più delle labbra della Bertè. In effetti, Morandi & C. presentano tutti gli artisti con parole altisonanti per usare un eufemismo, poi -in generale- parte una musica di rock duro, entra il cantante e… comincia a cantare la sua “nenia”. Naturalmente sto parlando in generale, le eccezioni, che confermano la regola, ci sono state anche quest’anno, ma sono state davvero poche.
A parere mio la canzone migliore di questo festival, l’unica che è riuscita a esprimere un concetto in poesia, è quella scritta da Roberta Di Lorenzo per Eugenio Finardi, “E tu lo chiami Dio”, a lei va il premio Macaia De Ma, vista la clamorosa esclusione dalle prime sei e da tutti i premi. La poesia è forse l’unica cosa che è mancata a Emma Marrone, la vincitrice, che comunque, dalla banalissima canzone che aveva portato l’anno scorso, ha fatto un salto di qualità non  indifferente. Da segnalare la voce di Nina Zilli, notevole anche su una musica scontata, i Marlene Kuntz, che hanno pagato la loro musica, così lontana dallo stereotipo sanremese e Samuele Bersani, che pur non cantando una gran canzone, figura fra i migliori di questo sventurato festival. Il resto è pochissima cosa: dalle nenie di Arisa e Noemi, comunque finaliste, agli urli della Fornaciari ai gorgheggi di Renga, fino alla infima qualità musicale raggiunta dal tremendo duo Bertè\D’Alessio. Fra i giovani vince l’impaurito e tedioso Alessandro Casillo, bel passo indietro, dopo il bravissimo Raphael Gualazzi, vincitore dello scorso anno.
Quello che è certo è che è stato un Sanremo molto “provinciale”, non so sia un bene o un male, ma è così, a cominciare dagli ospiti, non certo di grandezza mondiale, come Alessandro Siani, comunque simpatico, Sabrina Ferilli e la bravissima Geppi Cucciari. Gli unici due ospiti di scala per lo meno europea sono Adriano Celentano, di cui parlerò dopo e Federica Pellegrini.
Fa eccezione la terza serata, quella di Giovedì, dove Patti Smith e Brian May hanno portato la grandissima musica sul palco dell’Ariston.
Ma i guasti ad ogni cosa e le gaffe di alcuni sono veramente da trasmissione provinciale, altro che eurovisione.
Capitolo conduttori: non so se siano più grandi le mani di Morandi o la stupidità di Ivana Mrazova. La bellezza non è tutto. Papaleo porta una ventata di Sud, che fa sempre bene a ogni cosa.
Ora Celentano, non mi piace unirmi al coro e fomentare le polemiche: ne parlerò molto brevemente:
ha senz’altro esagerato nella prima puntata, sebbene mi sento di condividere il 90% delle sue affermazioni e penso che se al mondo ci fossero meno ipocriti e più gente che dice quello che pensa staremmo tutti meglio. Detto questo, non è mai bello offendere.
Meglio nell’ultima serata, dove esprime sempre concetti molto profondi, ma lo fa con la musica, con due splendide canzoni che esortano al necessario cambiamento. Più giusto così: lui fa il cantante, non il predicatore. In ogni caso quello che ha animato ed ha portato gli ascolti a Sanremo 2012 è stato lui.
Forse il concetto più giusto che ha espresso, a mio avviso, è stato quello del cambiamento, necessario in tutto, Sanremo incluso.



venerdì 17 febbraio 2012

L'orso Yoghi, Calderoli e l'assurdità della lega nord


Spesso sogno che sono diventato un giornalista famoso e mi chiamano a intervistare Umberto Bossi.
Per questo mi sveglio di soprassalto in preda all’ansia ed alla paura.
Perché paura? Non dovrebbe essere questa l’aspirazione di un giornalista?
Bè provate voi ad intervistare Bossi perciò scrivere un pezzo intercalando a rutti, insulti, parolacce e pernacchie le parole federalismo, secessione, padania(?), Roma e ladrona.
Mi direte, ma insomma la forza del leader è proprio il linguaggio vicino al popolo, istintivo, conosciuto, comprensibile, quasi infantile, infatti, Calderoli e Bubu mi dicono in coro: “ehehehe benvenuti al parco padano” mentre Borghezio è impegnato, nella sua caverna, a scrivere cazzate razziste da dire ai giornali il giorno dopo.
Il bello del sogno è invece questo, vedete? In poche righe si possono scrivere i concetti base della lega: razzismo, concetto che una mente evoluta non prende nemmeno in considerazione, poi l’idea della “padania” (Word lo segna errore), che, ricordiamo, è una pianura e come nazione può essere paragonata all’Isola dei Topi di Geronimo Stilton, inesistente, frutto della fantasia di pochi che osano parlare di secessione sul suolo dove giacciono ancora gli eroi che hanno dato la propria vita per il nostro paese.
Non proseguo oltre, il mio doveva essere un articolo satirico, ma l’amarezza ha preso il sopravvento trasformandolo in un articolo di protesta, dove prendo una posizione forte, apolitica, una posizione che ogni italiano dovrebbe assumere contro questi concetti assurdi.
Nessuno deve permettersi di parlare così del nostro bene più grande, la nostra piccola grande Italia e di andare contro ogni principio umanitario con provvedimenti contro chi è diverso da loro, come se fosse un vanto esser uguali.

lunedì 13 febbraio 2012

Grandi artisti e piccole persone




Mi metto a scrivere per difendere, per quanto può essere importante la mia modesta opinione, un grande artista, Maurizio Crozza. Ottimo cabarettista, umorista, comico, presentatore, cantante è senza dubbio una delle persone più artisticamente complete e intelligenti che figurano nel violentato mondo della televisione odierno.
In questi ultimi giorni, il cosiddetto “popolo del web”, si era indignato perché -sosteneva- il comico ligure avrebbe copiato da Twitter alcune battute. Strano popolo, il nostro, capace di sorvolare sull’incredibile amoralità, ignoranza e sull’egoismo di molte delle persone che ci rappresentano, ma buono a sdegnarsi per una cretinata del genere.
Saputa la notizia, i consueti giornalisti faziosi di cui è avvelenato il giornalismo italiano, hanno subito visto l’opportunità da sfruttare per mettere finalmente in cattiva luce una persona che aveva spesso ha ironizzato sui loro padroni. Così si è ingigantita la polemica.
 Se si va però ad analizzare la vicenda, ci si accorge che il tutto è un’enorme bolla di sapone:
infatti, nessuno ci assicura che Crozza abbia realmente copiato, in quanto una stessa battuta potrebbe averla pensata lui e scritta su Twitter un’altra persona. Poi, anche se avesse copiato un paio di battute, non ci vedo niente di scandaloso; pochissimi di noi raccontano barzellette di propria invenzione, il bello della barzelletta, sta proprio nella sua diffusione anonima. Personalmente mi sentirei orgoglioso se un grande umorista raccontasse la mia battuta.
Quindi do un consiglio a chi si è offeso per questo piccolo fatto: la prossima volta che pubblicate una propria barzelletta su un social network, proteggetela con i diritti d’autore… nel paese dell’assurdo, può succedere anche questo.